Incertezza e risorse nella crisi: il caso delle mascherine

Articolo a cura della pagina Facebook “Coronavirus – Dati e Analisi Scientifiche“.
Autore: Silvio Paone, dottore di ricerca in Malattie Infettive, Microbiologia e Sanità Pubblica, editor della pagina.


L’utilizzo delle mascherine come presidio di prevenzione del contagio da SARS-CoV-2 è stato ed è ancora un tema ampiamente dibattuto in Italia. Tra problemi di approvvigionamento e incertezze sulla loro efficacia, la comunicazione al pubblico da parte di istituzioni ed esperti è stata troppo spesso confusa e contraddittoria. Era possibile fare di meglio?

 

Nel corso dell’emergenza coronavirus, il dibattito sull’utilizzo di mascherine per la protezione delle vie respiratorie nella popolazione è stato tra quelli più confusi e contraddittori in Italia. Nel dibattito sono emerse problematiche di varia natura, sia dal punto di vista comunicativo, sia organizzativo: da un lato, i dubbi sulla reale efficacia di questi dispositivi nella vita di tutti i giorni; dall’altro, la loro carenza e le difficoltà a renderli rapidamente disponibili. A questi problemi si è poi aggiunta la diffusione di indicazioni contrastanti da parte dei diversi attori istituzionali.

Confusione più che comunicazione

Sul piano della comunicazione, di confusione ne è stata fatta tanta. Un esempio è quello del 4 aprile, quando la Regione Lombardia impone con un’ordinanza l’uso obbligatorio delle mascherine all’esterno delle abitazioni, senza fare distinzioni tra luoghi chiusi o all’aperto, e tra persone sole o in compagnia. Nell’ordinanza addirittura si afferma che, in assenza della mascherina, può andar bene anche un foulard. Il tutto in aperta contraddizione tanto con le normative nazionali, quanto con le linee guida che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) emanerà appena due giorni più tardi, ribadendo l’assenza di evidenze scientifiche a supporto di un utilizzo generalizzato delle mascherine e aggiungendo che esse avrebbero potuto trasmettere una pericolosa sensazione di falsa sicurezza nella popolazione.

È chiaro che di fronte all’emergere di un nuovo virus a carattere pandemico, le evidenze scientifiche hanno bisogno di tempo e dati per poter divenire robuste e affidabili. La conoscenza dei meccanismi di trasmissione del virus, e dunque la valutazione sull’utilità delle mascherine, non può che essere incerta nelle fasi iniziali dell’epidemia e questo può influire sulle comunicazioni delle istituzioni e degli esperti. Anche nel corso di passate epidemie di patogeni respiratori, il tema dell’utilizzo delle mascherine si è spesso riproposto, senza mai riuscire a portare a risposte chiare [1-3]. Questo però non giustifica la confusione che si è vista sul piano della comunicazione, che avrebbe invece richiesto una maggiore uniformità nei messaggi forniti dalle diverse istituzioni sui vari livelli (locale, nazionale etc).

Le buone regole della comunicazione del rischio

«Per non confondere i cittadini, le istituzioni dovrebbero idealmente parlare con una voce sola, offrendo indicazioni chiare, univoche e coerenti» sostiene Giancarlo Sturloni, esperto di comunicazione del rischio, in un suo articolo su Wired. Si tratta di uno dei principi cardine della comunicazione durante i periodi di emergenza. E degli stessi principi parla Darwin, un progetto di ricerca europeo nell’ambito del programma Horizon 2020. Secondo le linee guida del progetto Darwin per la comunicazione in tempo di crisi, sarebbe stata necessaria una strategia comunicativa diversa, con messaggi univoci da parte dei diversi attori istituzionali in campo, combinata con una diversa politica nell’approvvigionamento delle risorse.

Alcuni punti chiave della comunicazione in tempo di crisi che emergono dalle linee guida di Darwin riguardano la pianificazione, il tempismo e la chiarezza dei messaggi da trasmettere alla popolazione, evitando che diversi soggetti coinvolti nella gestione dell’emergenza forniscano indicazioni tra loro contrastanti. Buone pratiche che non sempre sono state rispettate dalle istituzioni in Italia. Per fare un esempio: nel piano pandemico nazionale, pur se aggiornato in ultima battuta ben 10 anni fa, sono presenti chiare indicazioni relative all’uso delle mascherine. La comunicazione istituzionale in Italia avrebbe dovuto attenersi a quelle direttive (altrimenti a cosa servono i piani pandemici?), fornendo così indicazioni chiare e uniformi.

Coinvolgere i cittadini

Le stesse istituzioni avrebbero potuto dare, al contempo, informazioni sul dibattito scientifico in corso riguardante l’uso delle mascherine, rendendo così maggiormente partecipe e consapevole la cittadinanza, anche rispetto ai margini d’incertezza presenti.

Ad esempio, grande confusione c’è stata rispetto al tema di “chi” venga protetto dalle mascherine. Le mascherine chirurgiche proteggono gli altri, non chi le indossa. Le mascherine così dette “FFP” proteggono anche chi le indossa ma qualora dotate di valvola, non proteggono gli altri e sono quelle di cui maggiormente necessita il personale sanitario. Messaggi piuttosto semplici ma che ancora oggi non sembrano esser stati assimilati dalla cittadinanza.
In generale, risulta abbastanza intuibile che un uso diffuso delle mascherine chirurgiche nei luoghi chiusi e affollati possa aiutare a ridurre la circolazione del virus o almeno ad attenuarne la “carica virale”. Anche qui, lo scarto tra protezione individuale e protezione della popolazione in termini generali, non è stato ben spiegato, nel susseguirsi di messaggi confusi e discordanti.

Con una comunicazione omogenea e coordinata si sarebbe rispettato un altro caposaldo della comunicazione del rischio: quello del coinvolgimento dei cittadini, che andrebbero trattati «come adulti capaci di contribuire alla gestione dell’emergenza», dice Sturloni, perché resi consapevoli attraverso messaggi chiari e trasparenti. Abbiamo invece assistito a un mix di messaggi molto diversi tra loro, anche a causa dei molteplici cambi di rotta dell’OMS proprio sulla questione delle mascherine. Si poteva rendere la cittadinanza consapevole anche dei limiti delle conoscenze disponibili, e dunque partecipe e responsabile. In questo modo si sarebbe evitata, ad esempio, la corsa alla mascherina (inutile durante il lockdown per le persone chiuse in casa), che ha lasciato sguarnito il personale sanitario nelle prime fasi.

Pianificare è meglio che curare

All’errore comunicativo si è sommato poi un problema organizzativo: l’approvvigionamento di mascherine. La maggior parte della produzione di questi dispositivi “a basso contenuto tecnologico” si trova in Paesi con un costo del lavoro vantaggioso per le aziende e questo ha fatto sì che in Occidente non si disponesse di una adeguata produzione propria di mascherine. La reazione è stata confusa soprattutto nelle fasi iniziali dell’emergenza: il Governo non è stato in grado fin da subito di ovviare a queste carenze, ad esempio attraverso la conversione della produzione di alcune aziende. Questo è avvenuto molto tardi, col decreto legge “Cura Italia” del 17 marzo, circa un mese dopo la scoperta del primo caso di Covid-19 in Italia e con oltre 31mila casi positivi già confermati.

La comunicazione sulle mascherine e il loro approvvigionamento non sono questioni tra di loro slegate. Infatti, nelle fasi iniziali dell’epidemia italiana, è stata proprio la scarsa quantità di mascherine disponibili a spingere il Governo a dichiarare che fossero necessarie solo per il personale sanitario e ospedaliero e non per i cittadini. E probabilmente, se l’approvvigionamento fosse stato organizzato per tempo, la comunicazione ai cittadini sarebbe stata diversa, scevra dalla necessità di scoraggiarne l’acquisto e dalla confusione comunicativa creata dai vari enti istituzionali nella corsa all’approvvigionamento.

Le risorse necessarie per affrontare l’emergenza, però, non si riducono alle mascherine: respiratori, tamponi, reagenti, posti letto in terapia intensiva e molto altro.  Una migliore pianificazione e un’individuazione precoce di queste risorse non solo avrebbe favorito una buona comunicazione, ma avrebbe aumentato la fiducia della popolazione nelle istituzioni e ci avrebbe aiutato ad affrontare nel modo migliore la crisi.

Fonti:

[1] https://www.cdc.gov/h1n1flu/masks.htm
[2] MacIntyre et al; Face mask use and control of respiratory virus transmission in households. Emerging Infectious Diseases 2009.
[3] Cowling et al; Preliminary findings of a randomized trial of non-pharmaceutical interventions to prevent influenza transmission in households. PloS One 2008.

Vera Ferraiuolo
vera.ferraiuolo@dblue.it

Senior Dissemination Consultant