L’erba del vicino è sempre più verde? L’emergenza Covid-19 nel mondo

Articolo a cura della pagina Facebook “Coronavirus – Dati e Analisi Scientifiche“.
Autrice: Monica Murano, editor della pagina, si occupa di divulgazione e didattica della scienza.


Confrontare la nostra gestione dell’emergenza COVID-19 con quella di altri Paesi ci può aiutare a capire cosa è andato storto e cosa dovremo evitare per risolvere crisi future, di qualunque natura esse siano.

 

È vero: eravamo impreparati di fronte a questo virus, nonostante le pandemie siano eventi ciclici, per i quali esistono appositi piani di gestione dell’emergenza.  Ma gli altri Paesi come si sono comportati? L’erba del vicino è davvero sempre più verde?

Per capirlo, abbiamo deciso di utilizzare la lente di Darwin, un progetto europeo del programma Horizon 2020  che ha coinvolto sei diversi Paesi (Italia, Svezia, Norvegia, Germania, Irlanda e Israele) e aveva tra i partner italiani Deep Blue, ENAV e l’Istituto Superiore di Sanità.
Il progetto ha prodotto delle linee guida utili a migliorare la risposta a diversi scenari di crisi, dai disastri aerei alle crisi sanitarie. Scenari differenti ma con una chiave comune: il segreto di una risposta pronta ed efficace risiede nell’organizzazione e nella pianificazione che precedono la crisi. Per affrontare una crisi, infatti, serve una strategia.

Testare, tracciare, trattare

In caso di epidemie, una strategia sicuramente vincente è quella delle 3T: testare, tracciare e trattare. Se correttamente implementate, le 3T possono innescare un circolo virtuoso e bloccare la catena dei contagi.
Innanzitutto, si testano i primi casi; poi si tracciano i loro movimenti e si testano i loro contatti; infine, si trattano (ossia si curano e si assistono) in strutture dedicate tutte le persone positive, anche gli asintomatici o i paucisintomatici. Adottare solo parzialmente la strategia la rende inefficace: si rischia infatti di effettuare tamponi non mirati, sprecando risorse utili, e si permette ai contagiati di infettare altre persone (a casa o in ospedale), se non si sono predisposte delle strutture sanitarie Covid.

COVID-19: i primi della classe

La rapidità di reazione, a volte, è la migliore strategia: lo Stato di Taiwan, ancora scosso dal ricordo dell’epidemia di SARS del 2003, di provenienza cinese, già dal 31 dicembre stabiliva controlli sui passeggeri in arrivo da Wuhan, praticamente rintracciando ogni caso importato. Rapidità e strategia delle 3T hanno scongiurato per Taiwan epidemia e lockdown.

Il Paese che ha effettuato il maggior numero di test rispetto alla popolazione è il piccolo arcipelago delle isole Faroe: quasi 200 test ogni 1000 abitanti. Certo, la loro geografia ha favorito il contenimento del contagio, ma non si può negare che la loro risposta sia stata pronta.

Leader indiscussa nel tracciamento dei contatti è stata invece la Corea del Sud, complice anche in questo caso l’esperienza acquisita per fronteggiare la SARS nel 2003 e la MERS nel 2015. Con una squadra di 10mila centralinisti assunti con questo scopo, unita a un sistema di controllo capillare basato su app, movimenti delle carte di credito e telecamere di sorveglianza, il Paese asiatico è riuscito ad arrestare l’epidemia fermando i contagi a quota 11mila, con meno di 300 decessi totali.

Il trattamento è stato invece il punto forte della Germania: il sistema sanitario tedesco contava 28mila posti in terapia intensiva già prima dell’emergenza, contro i circa 5mila italiani, portati a 40mila per fronteggiare l’ondata epidemica, e con l’obiettivo di arrivare a 56mila. La rete dei medici di base ha prestato assistenza ai casi lievi, effettuando a volte i tamponi, e gli ospedali sono stati immediatamente organizzati con reparti dedicati Covid.

COVID-19: cosa si poteva fare meglio

La gestione strategica dell’epidemia è necessaria, ma altrettanto necessario è supportarla con una comunicazione chiara ed efficace. Le linee guida del progetto Darwin ci suggeriscono infatti che in tempo di crisi, anche la comunicazione istituzionale può fare la differenza.

Il Regno Unito non si è distinto in maniera positiva, da questo punto di vista. Le dichiarazioni dell’11 marzo del primo ministro Boris Johnson al popolo britannico, sulla volontà di raggiungere l’immunità di gregge al costo di perdere i “propri cari”, sono presto entrate in contraddizione con l’evidenza dei fatti: il Regno Unito dichiarerà il lockdown il 23 marzo e il suo Premier sarà addirittura ricoverato in terapia intensiva la notte del 6 aprile.

Come dimenticare poi le parole del presidente USA Donald Trump? In una conferenza stampa del 23 aprile chiede agli esperti se sia possibile, vista l’efficacia dei disinfettanti sulle superfici, combattere il virus con delle iniezioni a base di disinfettante. Più avanti proverà a ritrattare, e il giorno successivo dichiarerà che si trattava di sarcasmo, ma in un Paese che ha visto aumentare i casi di avvelenamento da disinfettanti del 20% tra gennaio e marzo 2020, sarebbe stato meglio riflettere prima di parlare. Tanto più se lo stesso Paese ha adottato misure di lockdown solo a partire dal 15 marzo, perché il Presidente negava l’emergenza. Secondo uno studio della Columbia University, una settimana di anticipo avrebbe salvato 36mila vite umane, due settimane addirittura 54mila.

Gran Bretagna e Stati Uniti hanno forse pagato lo scotto di un’eccessiva fiducia nelle proprie capacità. Paesi che sapevano di poter contare su risorse minori hanno agito con più rapidità, come la Grecia, che ha un sistema sanitario debole, e ha adottato le prime misure il 12 marzo, quando aveva solo 117 casi di Covid-19, e ad oggi conta solamente 171 decessi.

Il futuro

Ormai lo sappiamo: convivremo con il virus fino a quando non sarà pronto un vaccino. E mentre ci lasciamo alle spalle questa prima ondata di contagi, dovremmo fare tesoro dell’esperienza prima di una possibile seconda ondata.

Le linee guida del progetto Darwin offrono ai governi gli strumenti per verificare l’adeguatezza dei propri piani anti crisi e per aumentare la propria capacità di comunicare con la popolazione affinché sia parte attiva nella risoluzione del problema. Gli strumenti ci sono, basta adoperarli.


Immagine di Iliya Jokic, via Unsplash.

Vera Ferraiuolo
vera.ferraiuolo@dblue.it

Senior Dissemination Consultant