La gestione dei focolai durante l’epidemia: esempi a confronto

Articolo a cura della pagina Facebook “Coronavirus – Dati e Analisi Scientifiche“.
Autrice: Martina Patone, PhD in Statistica ed editor della pagina.
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Durante un’emergenza, diversi sono i soggetti responsabili delle decisioni e delle azioni che si intraprendono per il ritorno alla “normalità”. È fondamentale che il coordinamento tra questi soggetti sia pianificato. In questo modo, ognuno conosce il suo ruolo e, se serve, sa a chi rivolgersi.

 

Si parla di focolaio epidemico quando, all’interno di una comunità o di una regione delimitata, si registra un eccesso di casi di una malattia rispetto al livello usuale, o un singolo caso di una malattia inusuale. Oggi sappiamo che il primo focolaio di casi attribuibili alla Covid-19 è stato nella città di Wuhan (Cina). Il fatto è stato notificato dalle autorità sanitarie cinesi il 31 dicembre 2019. Da quel momento, quelle strane polmoniti osservate a Wuhan sono state studiate dagli esperti per trovarne la causa.

L’11 febbraio l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dato un nome ufficiale al nuovo coronavirus e alla malattia che questo provoca. Sars-Cov-2 per il virus, ossia Severe acute respiratory syndrome – Corona virus – 2, perché è la seconda sindrome respiratoria acuta causata da un coronavirus. Covid-19 per la malattia, che sta per Corona Virus Disease – 2019, l’anno di identificazione del virus.

Come gestire un’epidemia: coordinamento, comunicazione e tempestività

L’individuazione repentina di un focolaio epidemico risulta di primaria importanza per prevenire l’ulteriore trasmissione di un morbo. Ma come ci si deve comportare per gestire il focolaio individuato?
Secondo il progetto di ricerca europeo Darwin, finalizzato a produrre linee guida per la gestione di emergenze, uno degli aspetti cruciali nella risposta alle crisi è il coordinamento fra i diversi organi competenti, i cui ruoli e responsabilità devono essere chiari a tutti sin dall’inizio.
Possiamo quindi seguire le linee guida di Darwin per porci alcune domande. Allo scoppio di un focolaio epidemico durante questa pandemia, i soggetti responsabili della gestione della crisi erano stati preventivamente identificati da tutti gli organi competenti? Conoscevano i rispettivi ruoli? E la comunicazione tra essi si è rivelata efficace per limitare l’impatto del contagio tra la popolazione?

Vo’, Italia.

È il 21 febbraio quando in Italia emergono i primi casi. Siamo a Codogno, in provincia di Lodi. Nei giorni successivi ne vengono identificati molti altri tra la Lombardia e il Veneto. In particolare, il più grande focolaio si trova a Vo’, un paesino di circa 3000 abitanti, detto anche Vo’ Euganeo. Dal 23 febbraio all’8 marzo, Vo’ viene messo in quarantena: nessuno può uscire e nessuno può entrare.

Il professore Andrea Crisanti, virologo, direttore del dipartimento di medicina molecolare dell’università di Padova e del laboratorio di virologia e microbiologia dell’Azienda Ospedaliera di Padova, decide di effettuare il tampone a tutti gli abitanti, all’inizio e alla fine della quarantena. Questo non solo per scopi diagnostici, ma anche per motivi di studio. Dai tamponi è emerso che il 2,6% e l’1,2% della popolazione era infetto rispettivamente all’inizio e alla fine della quarantena. La ricerca offre una fotografia del grado di diffusione del contagio, evidenziando il ruolo importante della trasmissione asintomatica.

L’efficacia del coordinamento tra comunità scientifica, istituzioni e popolazione

Il caso di Vo’ rappresenta un esempio di buona gestione dell’epidemia e di coordinamento tra i soggetti responsabili. Si instaura un forte dialogo tra ricerca, istituzioni politiche e popolazione, resa parte attiva e responsabilizzata sin da subito.

Sicuramente, la pronta notifica alle autorità competenti e la conseguente chiusura immediata del paese ha bloccato l’epidemia sul nascere. Infatti, dal 13 marzo nel comune veneto non vengono segnalati nuovi contagi. Un punto a vantaggio del Veneto è stato l’aver lasciato la gestione dell’indagine epidemiologica al gruppo di ricerca di Crisanti. Fin dall’inizio, il team ha individuato macchinari e attrezzature che avrebbero permesso l’attività di screening su vasta scala. Macchinari e attrezzature che poi hanno iniziato a scarseggiare ovunque con l’aumentare dei casi, rendendo il Veneto una delle poche regioni al mondo a possederli.

Anche le altre autorità sanitarie del Veneto si sono mobilitate subito per reperire gli strumenti necessari per gestire la crisi. La capacità di terapia intensiva è stata raddoppiata, così come il numero di ventilatori polmonari.
Inoltre, per evitare o comunque limitare il contagio, sono state da subito individuate strutture destinate a occuparsi esclusivamente di casi Covid-19. In questo modo, si sono separati i contagiati dal coronavirus dai ricoverati affetti da altre patologie, proteggendo così entrambi.

La comunicazione tra i diversi enti sanitari, locali e della Regione, è stata facilitata dall’utilizzo di una piattaforma informatica di biosorveglianza. Ciò ha permesso di riunire in tempo reale i dati che arrivavano via via dai laboratori e dagli ospedali dove si analizzavano i tamponi, dai medici di base, e dalle unità sanitarie pubbliche locali.

Lombardia: la mancata zona rossa.

Negli stessi giorni anche la Lombardia stava vivendo la crescita esponenziale dei casi di contagiati da Covid-19. Il primo caso viene diagnosticato a Codogno. Un anestesista di turno decide di testare un malato con problemi respiratori che non risponde alle cure normali. Anche Codogno viene messa in isolamento. In Lombardia, nel frattempo, si generano altri due focolai, ad Alzano Lombardo e Nembro. I due comuni bergamaschi, però, non vengono isolati. Il perché di questa decisione è oggetto di inchiesta da parte della magistratura, e di polemica tra Regione e Governo. Ancora si dibatte di chi fosse allora la responsabilità di isolare i due paesi, diventati zona rossa solo quando il governo ha isolato l’intera Lombardia.

Senza entrare nel merito del dibattito politico, la questione rimane un esempio di mala gestione dell’emergenza. Con una chiara divisione dei ruoli di ogni istituzione, si sarebbero certamente evitate le polemiche. Ma soprattutto, si sarebbero prese le giuste decisioni nei tempi opportuni.

La notifica dei focolai: due casi a confronto

L’obiettivo principale di un’indagine epidemiologica in un focolaio è l’identificazione dell’agente causale, tracciando una mappa degli spostamenti dei casi. Trovato il centro del focolaio, è necessario isolarlo e nel contempo individuare e mettere sotto osservazione ulteriori casi entrati in contatto con il virus. Soprattutto in fase due, cioè nella fase di monitoraggio dell’epidemia che si manifesta alla fine della crisi sanitaria, l’indagine epidemiologica assume una vitale importanza, perché permette il pronto contenimento del virus.

Seul, Corea del Sud

L’8 marzo un caso confermato di Covid-19 è stato notificato al governo metropolitano di Seul. Si trattava di una persona che lavorava in un call center all’undicesimo piano di un edificio di 19. Il 9 marzo, il Centro Coreano per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (KCDC) e i governi locali avviano un’indagine epidemiologica con tracciamento dei contatti.

L’edificio viene chiuso immediatamente dopo la notifica. Residenti e lavoratori, nonché tutti i loro contatti più stretti, vengono sottoposti ai tamponi rino-faringei. I casi positivi vengono isolati; ai casi negativi viene prescritto un isolamento domiciliare di 14 giorni, e poi vengono testati di nuovo. Inoltre, a tutti coloro che nei giorni precedenti la notifica si fossero avvicinato all’edificio per più di cinque minuti, viene mandato un messaggio telefonico in cui viene chiesto di evitare contatti con altre persone e sottoporsi a test diagnostici.

Così, il nuovo focolaio di Seul viene spento sul nascere, grazie all’intervento tempestivo e coordinato delle istituzioni sanitarie e delle autorità.

Roma, Italia

Il 17 Aprile, la ASL Roma 1 inizia il monitoraggio del Pontificio Ateneo Salesiano di Roma a seguito dei primi ricoveri provenienti dall’istituto, e vengono effettuati i tamponi ai 280 ospiti della struttura. I risultati degli ultimi 61 test arrivano però 12 giorni più tardi, il 29 aprile. Inoltre, non è chiaro se la catena dei possibili contagi sia stata nel frattempo ricostruita. E solo il 25 aprile viene ufficialmente denunciata l’esistenza di questo focolaio di coronavirus.

Inizialmente, quindi, l’istituto accademico non ha diramato nessuna comunicazione all’autorità competente. Hanno poi tardato ad arrivare le indicazioni cautelative per limitare il contagio da parte delle istituzioni sanitarie. Giovanni Caudo, presidente del municipio Roma III, sede dell’istituto salesiano, scopre del focolaio per caso, leggendo un rapporto dell’Asl. Allo stesso modo, la sindaca di Roma è all’oscuro di tutto; nemmeno i residenti della zona coinvolta vengono avvisati. E questo nonostante il caso del Veneto avesse fatto scuola, rendendo nota l’importanza degli asintomatici e del tracciamento dei contatti. Il focolaio salesiano di Roma è indicativo: la mancanza di meccanismi chiari di coordinamento fra i vari livelli istituzionali e le istituzioni sanitarie ha fatto sì che si intervenisse in ritardo. I motivi per cui l’istituto accademico abbia deciso di non rendere nota la comparsa del focolaio sono probabilmente legati al timore di un possibile danno di immagine.

I due esempi proposti, Seul e Roma, dimostrano chiaramente come la comunicazione, buona o cattiva, sia determinante. Lo scambio di informazioni tra le strutture e gli enti adibiti alla sorveglianza dei contagi può fornire risposte diametralmente opposte alla presenza di un focolaio.

Identificare tempestivamente tutte le figure coinvolte nell’emergenza

Il 30 aprile un funerale non autorizzato tenutosi a Campobasso ha generato una cascata di contagi. Il focolaio è stato individuato dopo il ricovero per Covid-19 di una donna che aveva partecipato alle esequie. Attraverso un video entrato in possesso della Polizia sono stati individuati e testati con il tampone settanta dei partecipanti all’evento. Questo ha anche permesso di identificare persone provenienti da altre regioni, che non avrebbero potuto trovarsi quel giorno in Molise.

L’operato della polizia è stato fondamentale per riuscire a tracciare i contagi. Ma cosa sarebbe successo se quel video non fosse stato disponibile? Quello che emerge da questo caso è l’assenza di una figura, sia essa un privato, un’istituzione o un’organizzazione, deputata al tracciamento e alla sorveglianza dei casi. Il Governo ha individuato nell’app Immuni uno strumento utile per svolgere parte del ruolo di monitoraggio. Malgrado questo, c’è stato un rilevante ritardo nel coordinamento, dal momento che l’app è attiva in tutta Italia solo dal 15 giugno, ma la fase 2 è iniziata il 4 maggio.

Il lavoro di squadra contro le epidemie, attuali e future

Che cosa può insegnarci tutto questo per evitare l’insorgere e la diffusione di una eventuale futura pandemia? Che i piani di prevenzione nei confronti delle pandemie, e più in generale di eventi inaspettati, devono essere redatti in anticipo, e poi aggiornati alla luce dell’esperienza vissuta.

Riflettiamo quindi sulle parole di Michael Osterholm, direttore del Centro per la ricerca e la gestione delle malattie infettive dell’università del Minnesota. Il professore, in un articolo del 2005 intitolato “Prepararsi alla prossima pandemia“, dichiarava:

«Un piano di questo tipo deve necessariamente coinvolgere tutte le figure chiave della comunità. È necessario coordinare medici, produttori farmaceutici, trasportatori, responsabili del settore alimentare. Sul piano governativo sono coinvolti la sanità pubblica, la giustizia e le forze dell’ordine a livello locale, statale e federale».

In Italia, le Regioni hanno competenza esclusiva nella regolamentazione ed organizzazione dei servizi sanitari. Questa pandemia può essere utile per riflettere su questo sistema. È auspicabile rafforzare il coordinamento fra Stato e Regioni per essere più pronti quando si verificano emergenze sanitarie di questo tipo. Inoltre, in futuro anche il coordinamento europeo sarà cruciale per evitare di importare ed esportare nuovi contagi. Nel caso in cui si verificassero, gestirli insieme per fare fronte comune contro il virus e scongiurare una nuova recrudescenza dell’epidemia è vitale per tutti.

Vera Ferraiuolo
vera.ferraiuolo@dblue.it

Senior Dissemination Consultant