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Percezione del rischio, resilienza e coordinamento tra le parti: gli aspetti sociali dell’emergenza

Nella gestione delle emergenze, un ruolo fondamentale ce lo ha consapevolezza del rischio, una priorità per le società moderne, indispensabile per prevedere e rispondere rapidamente ai danni naturali o causati dall’uomo. Un’altra parola chiave è resilienza, singolare e sociale, che permette di gestire carichi di stress spesso prolungati nel tempo. Terza ma non ultima, a dover essere organizzata è la cooperazione tra tutte le parti coinvolte, ossia i responsabili delle attività pubbliche e i cittadini non qualificati, spesso volontari; entrambi lavorano per arginare i danni, ma se non operano in maniera congiunta rischiano di peggiorare la situazione.  La mente umana gioca un ruolo fondamentale in ognuno di questi processi, ed è utile capire quali meccanismi vi siano alla base e quali possano essere potenziati. Perché, come sostiene l’antropologo inglese Tim Ingold, “Places don’t have locations but histories”: l’identità individuale e quella collettiva sono intrinsecamente più vicine durante le crisi, e se accuratamente formate possono rendere il momento critico un’opportunità e non una scomposta confusione dall’impatto pericoloso.

Consapevolezza del rischio

Nel 1969 gli psicologi Bibb Latané e Judith Rodin inscenarono un esperimento con protagonista una donna in pericolo: la maggior parte delle persone sole (70%) le andarono subito incontro per cercare di aiutarla, mentre una parte consistente di coloro che erano in gruppo (40%) esitò a offrire il proprio sostegno. Quest’esperimento dimostra che la percezione del rischio varia a seconda del numero di persone presenti, e più sono gli attori sulla scena e maggiore è anche il tempo che si impiega per realizzare la gravità della situazione e intervenire. A giocare un ruolo importante, non sempre consapevolmente, sono anche il genere della vittima, la vicinanza e lo status sociale. Questa vicenda, incentrata sull’effetto spettatore, è uno dei tanti casi studiati dalla Psicologia dell’Emergenza, nata a seguito di svariati attacchi terroristici negli anni ’90 in Francia, Spagna, Austria, Belgio, Germania, Olanda e Regno Unito. La Psicologia dell’Emergenza si occupa della valutazione “di tutti i processi psichici (percezione, attenzione, memoria, ragionamento emozione, comunicazione, attaccamento ecc.) che si registrano a livello individuale, familiare, gruppale, organizzativo e comunitario in contesti emergenziali” (F. Sbattella, 2016). Uno dei focus di questa disciplina è il rischio, definito come un evento che comporta la possibilità di un esito negativo e di una perdita ad esso associata. Viene valutato come piacevole o sopportabile solo finché non mette in discussione la percezione di controllo personale, anche immaginato, altrimenti quella porzione d’imprevisto diventa una fonte di stress. La concezione di pericolo varia a seconda dell’età, del luogo, delle altre persone che abbiamo accanto nei vari momenti della vita, della sicurezza personale garantita dall’esterno, oltre che dalla cultura (che sempre è embodied, incorporata, ma anche embedded, cioè situata in un contesto che non può mai rimanere identico a sé stesso e che si rigenera continuamente). Zygmunt Bauman (2002) sostenne che “la partita del dominio nell’era della modernità liquida non viene giocata tra il più grande e il più piccolo” ma “tra il più veloce e il più lento”, mettendo in luce l’urgenza di decidere in pochissimi istanti quale strada seguire, soprattutto in contesti emergenziali.

Resilienza sociale

La resilienza fu introdotta negli anni ’80 inizialmente come costrutto teorico per poi essere validata in ricerche sperimentali negli anni ’90. Può essere intesa come “la capacità di rispondere a situazioni avverse generando adattamento e sviluppo” e include l’attivazione delle risorse personali e collettive per fronteggiare con successo lo stress suscitato in specifiche vicende. A favorire la resilienza contribuiscono svariati fattori (Sbattella, 2016), sintetizzabili in:

  • Esperienze relazionali

Il tipo di attaccamento sviluppato da piccoli predispone il singolo, a prescindere dalle età in cui affronta la crisi, a un atteggiamento più sicuro, caratterizzato da schemi chiari e focalizzati sulle esperienze da compiere e gli obiettivi da raggiungere. Le relazioni passate influiscono anche sulla predisposizione a chiedere aiuto all’esterno.

  • Esperienze sociali

L’appartenenza a un gruppo è per Abraham Maslow uno dei bisogni psicologici principali, e la consapevolezza di essere all’interno di una rete sociale in grado di confermare l’identità influisce sulla percezione di controllo che il singolo ha di sé stesso e della situazione (locus of control interno: “posso affrontare efficacemente la situazione perché dispongo delle risorse necessarie”).

  • Esperienze educative

Appartenenze, codici culturali e valori avallano o delegittimano il senso di adeguatezza con cui ci si relaziona agli imprevisti. L’ideale sarebbe essere stimolati a procedere per tentativi ed errori, senza vergogna o paura di fallire, in una logica di problem solving stimolante e arricchente.

  • Tratti di personalità

L’estroversione, l’empatia, la coscienziosità, oltre alla capacità immaginativa ed organizzativa, contribuirebbero a un coping (modalità di risposta a un problema) maggiormente di successo.

Il coordinamento tra autorità pubbliche e popolazione

Durante gli attacchi terroristici del 2011 a Utøya, in Norvegia, i civili hanno contribuito spontaneamente a salvare un gran numero di persone. La polizia ha tardato a dare il permesso alle ambulanze di accedere a un’aerea “sicura”, e quindi la gente ha improvvisato operazioni di soccorso: c’era chi si precipitava sulle barche per raccogliere bambini feriti e disperati che cercavano di nuotare fino a riva, mentre a terra gli ospiti di un campeggio curavano i feriti in attesa di un aiuto professionale. Dinamiche come queste possono generare un trauma, a prescindere dall’esito positivo o negativo dell’azione compiuta, perché si basano su un’approssimazione mentale, su una decisione istintiva presa in un frammento di secondo: quell’istante si fissa nella memoria, e non importa cosa sia accaduto prima o dopo, se quel bambino sia stato salvato oppure no, resterà lì e si ripresenterà sotto forme diverse finché non verrà elaborato adeguatamente insieme ad un esperto (una soluzione efficace è la scrittura, come testimoniano gli psicologi James Pennebaker e Y. Danieli). Noti sono i casi di PTSD (disturbo post traumatico da stress) nei militari di ritorno dalla guerra, che sono stati costretti a compiere azioni che comprendevano e legittimavano solo parzialmente e che creavano un arresto una dissonanza interiore, ma come dimostra l’episodio della Norvegia anche nella “normalità”, durante la casualità di un disastro, nessuno è esente da reazioni enfatizzate negative quando è costretto a fare affidamento unicamente sulle sue forze per sopravvivere o scongiurare esiti drammatici. Questi eventi limite non dovrebbero verificarsi perché l’obiettivo comune deve essere quello di fornire strumenti concreti e linee guida a tutti i cittadini, alle autorità pubbliche qualificate per gestire sia autonomamente che in maniera congiunta specifici rischi. Così da non ritrovarsi, in un brevissimo istante, a reagire necessariamente con i soli meccanismi di risposta del panico, che si focalizzano sull’attacco (spesso con risposte disorganizzate e confuse), sulla fuga o sul congelamento.

Il progetto europeo ENGAGE

Percezione del rischio, resilienza sociale e divario tra autorità pubbliche e popolazione civile volontaria sono al centro di svariate ricerche sociali e progetti europei. Deep Blue collabora attivamente all’interno di  ENGAGE (Engage Society for Risk Awareness and Resilience), finanziato nell’ambito del Programma europeo per la Ricerca e l’Innovazione Horizon 2020 e coordinato dall’istituto di ricerca norvegese SINTEF, Ente per la ricerca tecnica e industriale, insieme a 14 partner e 40 organizzazioni di professionisti. Si rivolge a tutta la società e cerca di collegare le diverse modalità di intervento per rendere i singoli e le comunità più qualificati e coesi nella risposta ai disastri.

Deep Blue è il partner che ha contribuito all’ideazione del progetto e coordinerà la fase di validazione dei risultati. Alberto Pasquini, presidente di Deep Blue, dichiara che “l’obiettivo di ENGAGE è focalizzarsi sugli aspetti sociali della gestione del rischio. Individueremo le soluzioni adottate da cittadini, comunità locali e organizzazioni non governative che hanno funzionato in determinate situazioni di crisi e valuteremo la possibilità di ‘esportarle’ in scenari differenti. Sarà importante caratterizzare il contesto ambientale (culturale, socio-economico, geografico) che ha determinato il successo delle diverse soluzioni e capire cosa influenzi la loro riproducibilità”.

ENGAGE analizza le emergenze naturali passate, dagli attacchi terroristici ai disastri causati dall’uomo, per comprendere quali soluzioni pratiche di intervento siano state messe in atto per fronteggiare il momento di crisi nella specifica situazione. In collaborazione con diversi professionisti che fanno parte della Knowledge and Innovation Community of Practice (KI-CoP), un’associazione aperta che comprende professionisti, ONG, team di supporto alle operazioni virtuali, ricercatori scienziati e rappresentanti dei cittadini che supportano ENGAGE come utenti e comproprietari delle sue soluzioni, lo scopo è proporre chiare strategie di risposta alle emergenze che colmino il divario, percepito e concreto, tra la popolazione, i soccorritori e le autorità, riducendo il gap tra pratiche formali e informali. Ogni soluzione viene poi validata insieme a utenti reali, così da assicurarsi che possa essere trasferita e messa in pratica in contesti reali e specifici, giungendo a formulare linee guida condivise per la gestione del rischio. Sempre tenendo conto che, utilizzando le parole di Stian Antonsen, Jannicke Fiskvik, Siri Marianne Holen, in ogni fase del progetto bisogna sempre tenere a mente che i dati dipendono dalle persone, ed è quindi responsabilità salvaguardare i singoli interessi in ogni momento della ricerca.

Il progetto è in accordo con gli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030, e a lungo termine vorrebbe raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (SDG) con particolare effetto sull’obiettivo undici: rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili. Inoltre, le soluzioni proposte da ENGAGE contribuiscono al SENDAI Framework for Disaster and Risk Reduction, riuscendo a stabilire un approccio più ampio e incentrato sulle persone al rischio di catastrofi.

Per maggiori informazioni su ENGAGE visita il sito di progetto: https://www.project-engage.eu/

 

Bibliografia essenziale di riferimento:

  1. Marta, M. Lanz, “Psicologia sociale”, McGraw Hill, 2013
  2. Feldman, G. Amoretti, M.R. Ciceri, “Psicologia generale”, McGraw Hill, 2012
  3. Sbattella, M. Tettamanzi, “Fondamenti di psicologia dell’emergenza”, Franco Angeli, 2013
  4. Sbattella, “Persone scomparse. Aspetti psicologici dell’attesa e della ricerca”, Franco Angeli, 2016
  5. Z.Bauman, “Modernità liquida”, Laterza, Bari, 2002 p. XIII (prefazione)

 

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