Il progetto INDIMO: per una mobilità digitale inclusiva

Nei villaggi arabi della Galilea israeliana, così come nelle aree rurali italiane, il trasporto pubblico e commerciale è carente o poco accessibile: insufficienti le corse degli autobus e dei corrieri, troppa la distanza delle fermate dalle case, pochi i punti di consegna delle merci. Allo stesso modo, le grandi città europee vivono forme di isolamento sociale che a vari livelli toccano la popolazione e le sue possibilità di accedere alla mobilità urbana.

 

Nessuno escluso

La mobilità digitale può essere un’opportunità di uguaglianza e pari accesso alle risorse, a patto che i suoi servizi siano realmente accessibili a tutti. Il team di INDIMO (Inclusive digital mobility solutions), progetto europeo coordinato dalla belga Vrije Universiteit Brussel, lavorerà in questa direzione. INDIMO sta creando un Inclusive Digital Mobility Toolbox, un insieme di strumenti per aiutare sviluppatori, operatori e policy makers a progettare servizi di mobilità digitale inclusivi.

Le diverse linee guida contenute nel Toolkit saranno elaborate collaborando con gli utenti finali affinché rispondano il più possibile ai loro bisogni e requisiti d’uso. Saranno poi messe in pratica in cinque studi pilota, in Europa e non solo. Tra questi, lo sviluppo di un’app di ride-sharing per le comunità rurali della Galilea. Sarà concepita perché sia facile da usare per chi ha poche competenze digitali, versatile nelle soluzioni e adeguata alle caratteristiche socio-culturali del contesto per venire incontro alle esigenze di una comunità di utenti più ampia possibile.

Che cos’è la mobilità digitale

Digitalizzazione e diffusione di tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno favorito nuove soluzioni nel campo della mobilità e della logistica. Con una app, possiamo programmare i nostri spostamenti in base a informazioni in tempo reale sul traffico o monitorare la consegna di un pacco. Piattaforme di sharing permettono la condivisione di mezzi di trasporto. Nuovi modelli di business come Mobility as a Service (MaaS) prevedono, sottoscrivendo un abbonamento, di usufruire di mezzi pubblici o privati ottenendo suggerimenti su veicoli e percorsi migliori.

Tutto questo è mobilità digitale: servizi di mobilità che si usano attraverso piattaforme digitali. Se è vero che nel 2050 il numero dei passeggeri globali per chilometro percorso triplicherà e il traffico delle merci quadruplicherà, in molti puntano sulla mobilità digitale per vincere le sfide ambientali di un mondo sempre più “in movimento”. L’Europa, per esempio, ne parla nel White Paper – Ambitions for Europe 2024 del CERRE (Centre on Regulation in Europe).

Il problema dell’inclusività

Nel suo rapporto sulla disabilità del 2011, l’Organizzazione Mondiale della Sanità indica nell’accessibilità ai servizi di trasporto una delle barriere all’autonomia delle persone con disabilità. Vale tanto per i trasporti “reali” quanto per quelli “digitali”. Che cosa, però, ostacola la fruizione dei servizi di mobilità digitale? Non solo il modo in cui sono concepiti (e la loro “copertura”, che spesso si ferma ai centri urbani, dove c’è domanda e quindi guadagno), ma più ingenerale un problema di digital divide.

Parliamo dell’esclusione dall’accesso alle tecnologie dell’informazione di categorie vulnerabili: disabili, anziani; chi vive in zone rurali o nelle periferie delle grandi città e chi non possiede abilità tecnologiche; chi soffre di forme di discriminazione o di emarginazione sociale come donne, migranti, minoranze linguistico-culturali. In Europa, oltre il 35% della popolazione è a rischio esclusione dal “Digital Single Market.

Digital divide

Un quadro più chiaro emerge dal Digital Economy and Society Index, che fotografa le performance digitali in Europa. Secondo il report del 2019, che riporta dati del 2017, il 13% dei cittadini europei non usa internet. Di questi, il 43% perché ha scarse competenze digitali e il 32% perché costa troppo. Gli uomini, mediamente, hanno più competenze digitali delle donne (60% contro 55%); chi vive in città più di chi vive nelle aree rurali (63% contro 49%).

Azzerare il digital divide è indispensabile per garantire pieno sviluppo e diffusione dei servizi di mobilità digitale. Parte della responsabilità, però, ricade anche su chi questi servizi li concepisce, disegna e realizza. Tuttavia, mentre l’accessibilità ai trasporti, alle informazioni e ai contenuti digitali è già regolamentata per tutelare gli utenti più “deboli”, quello dei servizi di mobilità digitali è ancora un “porto franco” su cui il legislatore europeo non è intervenuto.
Ci sono difficoltà oggettive: per esempio, perché la mobilità digitale combina elementi fisici (veicoli, stazioni, oggetti e dispositivi) e non-fisici (interfacce, software). Perciò, creare un sistema inclusivo basato su una prospettiva centrata sull’utente può rivelarsi complesso. Il progetto INDIMO affronta questa sfida.

Il progetto INDIMO

«La prima fase del progetto servirà a mettere a fuoco i bisogni degli utenti, in altre parole cosa ci si aspetta da un servizio di mobilità digitale. Quali requisiti deve possedere, quindi, ma anche le competenze richieste per accedervi e, di conseguenza, le barriere che ne ostacolano accessibilità e utilizzo» spiega Sabina Giorgi, consulente ed esperta in Human Factors per Deep Blue, tra i partner di INDIMO. «I nostri target groups sono la popolazione in generale, con particolare attenzione a categorie vulnerabili come donne, migranti, disabili o anziani, ma anche sviluppatori, service operators e policy makers. Sulla base delle informazioni che raccoglieremo attraverso interviste, workshop e grazie alle indicazioni delle “comunità di pratica” locali stabilite nei luoghi in cui si svolgeranno gli studi pilota, creeremo l’Inclusive Digital Mobility Toolbox».

L’Inclusive Digital Mobility Toolbox

Cuore del Toolbox è un manuale (The Universal Design Manual) indirizzato a ingegneri, sviluppatori e policy makers. Contiene raccomandazioni e suggerimenti utili per realizzare servizi di mobilità digitale universalmente accessibili.

«Si tratta di trasferire il concetto di User-Centered Design dal mondo “fisico” dell’architettura e degli oggetti a quello dei servizi digitali legati alla mobilità» chiarisce la consulente Deep Blue Rebecca Hueting. «Questo si può fare adottando due approcci. Il primo, quello dello Universal Design, cerca di andare incontro ai bisogni di tutte le categorie realizzando un design “for all”, ma che talvolta richiede di ridurre al minimo il ventaglio di possibilità e funzionalità del servizio. Il secondo, quello dell’Inclusive Design, individua le categorie vulnerabili e per ognuna elabora soluzioni specifiche, customizzate o customizzabili. Se riusciamo a integrare questi due tipi di design, che è esattamente l’obiettivo del progetto, allora stiamo facendo il massimo per tutti».

Nell’Inclusive Digital Mobility Toolbox ci sono anche altri strumenti: lo Universal Interface Language, un catalogo di simboli, segnali e pittogrammi pensati per rendere omogeneo il linguaggio delle interfacce digitali e facilitare l’interazione con gli utenti così che tutti possano accedervi. E inoltre, le linee guida da seguire per realizzare servizi di mobilità che soddisfino i requisiti di sicurezza informatica e di tutela dei dati personali richiesti dall’Unione Europea. Infine, una “guida” – the Policy Evaluation Tool per aiutare i policy makers a valutare i servizi di mobilità secondo i principi di un design universale e inclusivo.

Gli studi pilota

Costruito il Toolbox, verrà testato negli studi pilota che non riguarderanno solo servizi di mobilità in senso stretto come l’app di ride-sharing. Un sistema di trasporto digitalmente interconnesso, infatti, non potrebbe esistere senza componenti fisiche. Per esempio, oggetti “intelligenti” comandati da internet: come le smart traffic lights su cui si concentra un pilota che si svolgerà ad Anversa. Ma nel progetto c’è spazio anche per i servizi di logistica: il pilota italiano riguarderà proprio l’installazione di smart lockers in un paesino in provincia di Bologna tagliato fuori dal commercio digitale.

Le comunità di pratica e il fòro degli esperti

«Ogni pilota ha un servizio, uno strumento, o un’applicazione che deve essere migliorato o creato ex novo. L’idea è quella di (ri)disegnarlo seguendo i principi contenuti nel Toolbox per poi valutarne l’usabilità e l’efficacia. È importante aggiungere – sottolinea Sabina Giorgi – che il processo di creazione del Toolbox è in realtà un processo di co-creazione. Nel senso che vi parteciperanno sia comunità di pratica stabilite nei luoghi dove si svolgeranno gli studi pilota (perché nessuno meglio di loro conosce le realtà locali e quindi sa individuare i bisogni degli utenti e le criticità dei servizi esistenti) sia la cosiddetta INDIMO Co-creation Community. Una comunità composta da esperti di dominio che, attraverso workshop dedicati, si confronteranno sulla realizzazione dei diversi strumenti del Toolbox. Diverse anime, quindi: persone comuni e gente “del mestiere”, ognuno che interviene con le sue competenze e specificità nel processo di co-creazione».

Cover image: Peter Toporowski, Berlin – move the city, edited by Deep Blue
Vera Ferraiuolo
vera.ferraiuolo@dblue.it

Senior Dissemination Consultant