Rinnovabili, la rivoluzione delle comunità energetiche

Le comunità energetiche: un nuovo modo di pensare alla produzione e distribuzione dell’energia

Un’energia a km zero prodotta, consumata, scambiata o venduta all’interno di un condominio, un consorzio immobiliare o un quartiere, un campus universitario o un complesso ospedaliero. Così l’Europa immagina il suo futuro energetico: tante piccole comunità di prosumer, cittadini produttori e consumatori al tempo stesso, che si gestiscono autonomamente l’energia «fatta in casa». Un cambiamento radicale rispetto all’attuale modello centralizzato di produzione ed erogazione dell’energia. E che garantirebbe meno sprechi nella distribuzione, costi più bassi per gli utenti, minori emissioni di gas serra e una maggiore indipendenza energetica.

Cosa dice la legge in Europa

La tecnologia c’è. A ostacolare la transizione verso questo nuovo sistema energetico sono semmai problemi di natura legislativa, perché per il mercato europeo dell’energia vale la regola: paese che vai, legge che trovi. L’autoconsumo individuale e collettivo (in sintesi, la possibilità per singoli e gruppi di cittadini di disporre a piacimento dell’energia rinnovabile prodotta con impianti privati, utilizzandola e cedendola a più clienti finali) a oggi sono permessi solo in alcuni Paesi, per esempio Spagna e Germania. L’Italia è ancora indietro sul tema, ma potrebbe presto mettersi in pari grazie a un emendamento contenuto nel decreto Milleproroghe, che prevede finalmente la possibilità di scambiare elettricità negli edifici condominiali e nelle comunità energetiche.

In verità, i Paesi hanno poco da scegliere. A chiedere un cambio di passo in materia d’energia è proprio l’Europa, che ha deciso di modificare, uniformandole, le regole sull’autoconsumo. Lo prevede la Direttiva n. 2001 dell’11 dicembre 2018 sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili in cui, per la prima volta, Bruxelles assegna un riconoscimento giuridico ad autoconsumatori e comunità energetiche locali. L’articolo 21 stabilisce che ognuno può produrre, consumare e vendere energia anche a più persone. L’articolo 22 delibera invece che i cittadini hanno il diritto di partecipare a comunità di energia rinnovabile mantenendo al contempo tutti i loro diritti o doveri. In altre parole, prevede che possano abbandonare le comunità in qualsiasi momento e che debbano pagare gli oneri relativi all’uso delle reti di distribuzione.

Il progetto RENAISSANCE

Gli Stati membri hanno due anni di tempo dalla pubblicazione in Gazzetta per recepire la direttiva. Nel frattempo, l’Europa si sta portando avanti con il lavoro finanziando progetti di ricerca mirati a migliorare struttura ed efficienza delle comunità energetiche. E non solo sul fronte tecnologico: serve anche individuare soluzioni e modelli di business che soddisfino le reali esigenze dei consumatori. Questo approccio «consumer-centered» è portato avanti dal progetto RENAISSANCE, finanziato dall’Europa nell’ambito del Programma Quadro europeo per la Ricerca e l’Innovazione Horizon 2020. A coordinarlo, la belga Vrije Universiteit Brussel.

«I consumatori chiedono più sostenibilità al mercato energetico. Questo significa puntare sulle energie rinnovabili, ma anche incoraggiare la nascita di comunità energetiche locali, che producono e si scambiano energia. Con il progetto RENAISSANCE vogliamo capire come strutturarle al meglio. Non solo implementeremo tecnologie di produzione e stoccaggio dell’energia, che già esistono, sono mature e anche abbastanza avanzate; ma studieremo anche soluzioni di business su misura dei consumatori. Vogliamo dimostrare che rispetto a un sistema centralizzato, queste “reti di comunità” permetterebbero ai consumatori di tagliare le spese energetiche del 10-15%, che secondo le stime cresceranno del 15% entro il 2050», spiega Rebecca Hueting di Deep Blue, tra i partner del progetto.

I siti pilota

Sono quattro i siti pilota in cui i ricercatori attueranno le simulazioni tecniche e di mercato, già provvisti di impianti rinnovabili: una stazione sciistica in Spagna, una cittadina nei Paesi Bassi, un campus studentesco in Grecia e un ospedale universitario in Belgio. Realtà molto distanti, sia per tipologia di energia rinnovabile prodotta (solare, eolica, geotermica) sia per categoria di utenti, riunite per testare fattibilità e convenienza di comunità energetiche indipendenti in cui coesistono più soggetti dalle specifiche esigenze.

«Le tecnologie di generazione e stoccaggio previste dal progetto sono già presenti sul mercato – continua Hueting – la novità è che verranno integrate in una piattaforma incentrata sull’interoperabilità che permetterà di connettere diversi vettori di energia in un unico sistema, dinamico e decentralizzato. Inoltre, raccogliendo in tempo reale i dati di consumo e produzione, la piattaforma migliorerà le previsioni di domanda e offerta proponendo ai consumatori smart-contracts, ossia contratti di servizio in continuo aggiornamento, tagliati sulle esigenze specifiche di ciascun utente. La trasparenza e la sicurezza delle transazioni saranno garantite da una solida struttura blockchain, mentre algoritmi sempre più accurati ne ottimizzeranno l’efficienza complessiva. Questo approccio contribuirà a creare opportunità di mercato per hardware, software e servizi modulabili e potenzialmente replicabili anche in condizioni del mercato energetico completamente differenti».

Per esempio in India, Cina, Stati Uniti e Gran Bretagna, dove i ricercatori testeranno la replicabilità delle soluzioni individuate. Soluzioni che nei siti pilota dovranno assicurare dal 37 all’80% di quota rinnovabili nei consumi e garantire, grazie alla massima efficienza in produzione e distribuzione, un minor o uguale costo dell’energia rispetto a quello attuale. E che aiuterebbero l’Europa a raggiungere un obiettivo ambizioso: arrivare a quota 32% di energia rinnovabile sul totale dei consumi per tutti i cittadini entro il 2030 (quota che nel 2017 si attestava sul 17,5%).

La situazione italiana

È notizia degli ultimi giorni: nel decreto Milleproroghe è stato inserito un emendamento che dà il via libera alla realizzazione di impianti da fonti rinnovabili condivisi tra cittadini, in linea con quanto richiesto dall’Europa con la Direttiva 2018/2001. Sono contemplati sia l’autoconsumo collettivo (impianti fotovoltaici montati sul tetto di un condominio a uso e consumo dei condomini) sia le comunità energetiche (impianti realizzati e utilizzati da cittadini che abitano in abitazioni diverse). Tuttavia, la rivoluzione inizierà pian piano, con una fase di sperimentazione riservata esclusivamente ai piccoli impianti da 200 kW.
Attualmente, il testo è in discussione alla Camera e vedremo se e come verrà recepito. Da sciogliere anche i nodi fiscali, ma pare che i nuovi consumatori continueranno a pagare Iva e accise sull’energia prelevata dalla rete.

Gas, Seu e Reti private

Questo il futuro; il presente è fatto solo da gruppi d’acquisto, in cui ci si associa per avere un potere contrattuale nei confronti del distributore dell’energia elettrica. «L’unica cosa assimilabile all’autoconsumo sono i cosiddetti Sistemi Efficienti di Utenza – ci spiega Enrico Facci, manager in Ricerca e Sviluppo della società di consulenza nel settore energetico Azzero Co2, nell’advisory board di RENAISSANCE – in pratica l’Autorità per l’energia consente a chi realizza un impianto a fonti rinnovabili di non connetterlo al proprio POD [Point of Delivery, ovvero il punto fisico in cui l’energia elettrica viene consegnata al cliente finale, n.d.r.] ma a quello di un’altra persona purché non ci sia soluzione di continuità, per esempio un vicino di casa. Ma vale la regola “un impianto, un’utenza”: se cedo la mia energia non posso utilizzarla anche io».

Esistono poi reti private che distribuiscono energia elettrica esclusivamente all’interno di un sito industriale e commerciale, escludendo di fatto i clienti domestici. Sono reti che risalgono a prima degli anni Sessanta; non possono più essere realizzate ex novo, come deciso dall’Autorità per l’energia nel 2015. Attualmente, in Italia il 9% dell’energia consumata proviene da questo tipo di impianti in assetto di autoconsumo (Sistemi Efficienti di Utenza e reti private). Ne esistono 740.000, sparsi su tutto il territorio e quasi tutti alimentati da fonti rinnovabili (soprattutto fotovoltaico, con 735.000 impianti).

Quale futuro per le comunità energetiche in Italia?

Grazie alla Direttiva 2018/2001 si comincia a parlare di comunità energetiche anche in Italia, con la speranza che questa liberalizzazione del mercato dell’energia promuova nuovi investimenti nel settore delle rinnovabili. Investimenti che in Italia sono molto frenati, come rileva il rapporto “Comuni rinnovabili 2019” di Legambiente (i cui esperti nel campo dell’energia sono nell’advisory board di RENAISSANCE). E anche se le installazioni da rinnovabili aumentano, da cinque anni crescono a ritmi lentissimi (una media di 502MW all’anno per il solare e di 342MW per l’eolico). Ritmi molto lontani dagli obiettivi fissati dalla Strategia Energetica Nazionale (28% di energia da fonti rinnovabili al 2030) o dal comunitario Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (30% di energia da fonti rinnovabili al 2030).

Aprire all’autoconsumo accelererebbe la crescita delle rinnovabili, portando utili pari a 5,5 miliardi di euro all’anno e alla creazione di 2,7 milioni di posti di lavoro. Benefici anche economici, quindi, e non solo su grande scala. Legambiente ha stimato quanto il consumatore potrà risparmiare con l’autoproduzione: oltre i 90 Euro/MWh. La parola, adesso, passa al Parlamento.

Vera Ferraiuolo
vera.ferraiuolo@dblue.it

Senior Dissemination Consultant